EUTERPE di Lucio Criscione

Nella Grecia del V sec. a.C. l’allocuzione techne mousikè (l’arte delle Muse) designava ancora forme di espressione e di trasmissione culturale frutto della commistione tra poesia, melodia e gestualità. L’unità di parola-musica-azione, il Won-Ton-Drama di wagneriana memoria, additato dal maestro tedesco come esempio d’arte restituita alla sua organica integrità originaria, per la cultura arcaica e classica è di origine divina. Le stesse recenti ricerche in area antropologica confermano l’ipotesi che nelle primissime forme di espressione musicale coesistevano canto, danza e musica strumentale, spesso impiegati con finalità magico-religiose, ovvero rituali. Nessun documento musicale della civiltà greca anteriore al III sec. a.C. è invece pervenuto sino a noi. I pochi testi tramandati, per il loro deplorevole stato di con- servazione ed esiguità di contenuti, non sono stati in grado di fornire dati ed indicazioni utili alla ricerca musicologica per ricostruire un quadro esauriente della prassi musicale in età ellenistica. Fino alla metà dell’Ottocento erano noti solo gli inni attribuiti a Mesomede, musico dell’età di Adriano (II sec. a.C.), pubblicati nel 1581 da Vincenzo Galilei, padre del più celebre Galile- o,e i sei brani strumentali inseriti come esempi in una serie di scritti teorici anonimi di età tarda, gli Anonyma de musica scripta Bellermanniana, raccolti nel 1840 dal Bellermann. Dopo il 1850 furono rinvenute tre iscrizioni (due Inni Delfici, di cui il primo anonimo del 138 a.C. e il secondo di Limenio del 128 a.C., e l’Epitaffio di Sicilo, del I sec. a.C.) e una quindicina di brevi frammenti papiracei, il più antico dei quali, il Pap. Leid. Inv. 510 del III sec. a.C., contiene alcuni versi dell’Ifigenia in Aulide di Euripide. Non meno avara di riferimenti culturali risulta purtroppo anche la trattatistica coeva, impegnata in maniera esclusiva nell’indagare il suono dal punto di vista acustico e matematico. L’ampia documentazione reperibile in seno alla tradizione letteraria, filosofica ed iconografica testimonia, tuttavia, in maniera accurata ed attendibile l’incidenza del fenomeno musicale nella società arcaica, attestando la presenza di un’intensa attività musicale già a partire dal secondo millennio a.C. (è il caso delle statuette risalenti al XIX-XVIII sec. a.C. ritrovate a Keros e Thera in cui vengo- no raffigurati suonatori di strumento a corda e a fiato o del sarcofago del XVI sec. a.C. ove viene rappresentata una scena processionale accompagnata dal suono di una lira a sette corde). Il poeta greco Museo narra nei suoi scritti di due generazioni di Muse: le vetuste figlie del Cielo e della Terra, vissute al tempo dell’antichissimo Saturno, e la schiatta più giovane frutto dell’unione di Giove e Mnemosyne, la dea della memoria. Se delle prime si perse presto ogni traccia, le seconde, presa dimora sull’Olimpo, vissero appartate e nascoste agli sguardi indiscreti degli uomini. Esiodo ne contava nove, le sorelle dalla «voce splen- dente» le definiva; con il loro canto esse deliziavano gli dei durante i loro banchetti: Così tutto il giorno quelli, fino al calar del sole, banchettavano, né al desiderio era negata la giusta porzione di cibo, né la cetra splendida, che Apollo suonava, né le Muse, che a turno cantavano con la loro bella voce. (Omero, Iliade, I 601-604). Secondo Graves «i Tebani ancora mostrano il luogo dove le Muse suonarono il flauto e cantarono» l’imeneo in occasione dell’unione di Cadmo ed Armonia, le prime nozze di mortali a cui assistettero gli olimpi. In tali circostanze le sorelle riuscivano a muovere al riso persino il burbero padre: Euterpe, la Musa della mu- sica a cui è attribuita l’auletica (Schol. Hes. Theog. 76), letteralmente è «colei che rallegra»; la sua più antica rappresentazione è attestata nel vaso Francois ritrovato presso Chiusi e databile all’inizio del VI sec. a.C. In sarcofagi romani di età più tarda viene raffigurata con in mano il doppio aulòs, strumento a fiato, tra i più diffusi in Grecia, e dotato di ancie (glottai). L’aulòs, antenato dell’odierno oboe, richiedeva al suonatore un notevole grado di abilità professionale: gli auleti, non a caso, erano strumentisti molto ricercati ad Atene per la preparazione e l’accompagnamento dei cori ditirambici, tragici e comici. Tuttavia lo strumento, ritenuto da tutta la tradizione greca di origine straniera (frigia o comunque orientale), non fu mai considerato adatto all’e- ducazione degli uomini liberi. La contrapposizione con l’autoctona lyra ispirò il racconto mitologico della disputa tra Apollo e Marsia, il satiro auleta che vinse la gara ma finì scuoiato. Nel ditirambo Marsia Melanip- pide, (PMG, .758), riferendosi al mito dell’origine dell’auletica, narra che Atena, dopo aver osservato che il soffiare nelle due canne degli aulòi le deturpava il viso, gonfiandole le gote, gettò lontano da sé lo strumento che essa stessa aveva creato e che fu poi raccolto e suonato con maestria dal frigio Marsia. Suggestivo è con- statare come l’iconografia relativa a S. Cecilia, vergine martire cristiana canonizzata nel 1594 da Gregorio XIII, abbia generalmente associato la santa protettrice della musica e dei musicisti, venerata sia dalla Chiesa Cattolica che Ortodossa, ad uno strumento a più canne, un organo portativo. Così viene ritratta da Raffaello nell’ Estasi di S.Cecilia (1514 ca), con il viso rivolto verso un coro angelico, il piccolo organo tra le mani e una serie di strumenti ai suoi piedi, ormai abbandonati. L’opera conservata nella Pinacoteca Nazionale di Bologna riflette la diffidenza nutrita dai Padri della Chiesa nei confronti della musica strumentale profana rispetto a quella celeste, sacralizzata dai testi liturgici con cui venivano intonati i canti rituali. L’organo è stato per secoli l’unico strumento musicale a cui veniva concessa la partecipazione al culto. Di celesti armonie erano altresì capaci di fare risuonare la «nera terra», su cui vivono i mortali, le Muse, fan- ciulle nate per essere «oblio dei mali e tregua alle cure», ma non solo. Un arcano potere si celava nel segreto della loro arte: Orsù, dalle Muse iniziamo, che a Giove padre inneggiando col canto rallegrano la mente grande in Olimpo; dicendo ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu. (Esiodo, Theogonia, 36-38). Testimoniano le Muse quella Bellezza che è sinonimo di Verità ed Armonia, punto di perfetto equilibrio o ogos tra consonanza e dissonanza da cui nasce la musica, tra piacere e dolore da cui si origina l’estasi, tra